Una voce per chi non può più parlare – Proposta alla Camera dei Deputati.
Si avverte oggi, con urgenza sempre maggiore, la necessità di una revisione della disciplina relativa al reato di istigazione al suicidio, poiché l’attuale assetto normativo rende estremamente complesso, se non talvolta impossibile, giungere a condanne definitive. Tale difficoltà rischia di lasciare prive di giustizia situazioni in cui condotte oppressive, reiterate e sistematiche abbiano inciso profondamente sull’equilibrio psichico delle vittime.
La proposta di legge nasce dall’impegno civile di mamma Rosanna, che, nel dolore della perdita, ha scelto di trasformare la propria esperienza in un’azione concreta a tutela degli altri. Essa è stata promossa in collaborazione con l’avvocato Antonio Maria La Scala e con l’avvocatessa Laura Lieggi, professionisti che hanno contribuito a delinearne i profili giuridici con rigore e sensibilità.
È dunque imprescindibile introdurre strumenti più efficaci di accertamento e responsabilizzazione, ponendo particolare attenzione a quelle dinamiche interne agli ambienti lavorativi — civili e militari — in cui il potere gerarchico può degenerare in abuso. Occorre vigilare su chi redige valutazioni ingiuste e penalizzanti, su chi irroga sanzioni palesemente illegittime, su chi dispone trasferimenti d’autorità in violazione delle normative vigenti. In altre parole, è necessario “controllare il controllore”, affinché l’autorità non si traduca in arbitrio.
Solo attraverso un sistema di garanzie più rigoroso e trasparente sarà possibile prevenire il proliferare di condizioni di frustrazione, isolamento e sofferenza psicologica che, nei casi più estremi, possono condurre a esiti irreversibili. Intervenire su queste criticità non rappresenta soltanto un dovere giuridico, ma un imperativo etico e civile: dare voce a chi non può più parlare significa impedire che il silenzio diventi complice dell’ingiustizia




